Ma solo con io davanti allo specchio, a tu per tu, dico sempre la verita' (R. Gaetano)
Passeggio lungo la strada e vedo persone che scelgono regali.
Mi assale un ricordo di tredici anni fa.
Stessa sensazione.
Anche allora passeggiavo lungo la strada da sola.
Coppie che passeggiano sottobraccio.
Una ragazza che sceglie accuratamente il primo regalo da fargli.
Sorrido, per questo mi piace il Natale.
Gli altri ricambiano il sorriso.
Prima o poi permetterò a qualcuno di camminarmi a fianco.
Forse mi fiderò abbastanza da farmi condurre sottobraccio.
Ma non questo Natale.
Non ancora.
Ignoro lo scorrere del tempo.
Non mi accorgo che passano le ore, che finiscono i giorni, che scivolano gli anni.
Ho alzato la soglia del dolore fisico a livelli sconosciuti.
Mi accorgo di un taglio solo quando una goccia di sangue cade nel lavandino.
Il cielo. Lo guardavo sempre.
Ora difficilmente mi accorgo se è coperto o sereno.
Non ricordo quando ho paura. Non so da quando non accade.
Se ho paura non è per me ma per qualcun altro.
Che succeda qualcosa a qualcuno cui sono affezionata... Ma non a me,
Posso temere di far male a qualcuno, di impazzire e produrre danno agli altri.
Ma non di farne a me.
Gestisco il dolore emotivo come non si dovrebbe, come ho predicato che non si fa.
Eppure ho instaurato un meccanismo che non mi permette più di intervenire.
E' collegato al "sistema di controllo delle emozioni".
Si tratta di una rete tessuta per anni, fitta fitta, costruita ed intrecciata in modo tale che per sbrogliarla ci vorrebbe il doppio del tempo messo a tesserla.
Me ne accorgo e mi metto lì punto i piedi per sbloccare la leva del dolore emotivo ma è bloccata.
Con fatica arrivo al "sistema gestione emozioni".
Mi stupisco di quello che ho fatto. Tutto quello che non si dovrebbe.
Non capisco se sta cedendo o se si è solo aperta una piccola falla.
Sono consapevole che se si dovesse rompere, se fuoriuscisse tutto quanto sta trattenendo, non saprei cosa accadrebbe.
Vorrei tagliarla, strapparla.
Ho intrappolato la mia vita e non so come tirarla fuori.
Fa male sempre.
Provoca dolore chiudere una storia.
Data la superbia con cui affermavi che non sarebbe durata.
Che poteva finire in ogni momento.
Soprattutto se, nonostante la durata,
è stata la più intensa degli ultimi quattro anni.
Fa male se finisce perché si sta troppo bene insieme e non si è autorizzati.
Si dicono cose che non si devono dire,
si provano cose che non si devono sentire.
E ti ritrovi sola nel letto domandandoti cos'è quella fitta al petto e quel liquido che esce dagli occhi.
Un vago ricordo si affaccia alla mente.
Non dovevo provarlo più questo dolore.
Passa.
Domani passerà.
Non ci sarà più più.
Solo oggi farà un po' male respirare.
Sei sopravvissuta quando ti è passato sopra un treno,
cosa vuoi che siano ora un paio di gambe rotte?
Spaccatemi il torace e togliete quest'oppressione.
Fa soffrire vivere.
La sofferenza è parte della vita.
Dove cazzo è l'altra parte?
La vita è in salita, non vi è dubbio.
Raramente si incrocia qualcuno dotato di un mezzo di locomozione che è disposto a darti un passaggio.
Con una frequenza decisamente maggiore si incontra qualcuno che, più o meno volontariamente, tende a farti inciampare.
A farti cadere, possibilmente, con la faccia nel fango.
Se, inoltre, mentre cerchi di salire, credi di vivere nel mondo dei sogni e assomigli più a Biancaneve che a Crudelia De Mon capita anche di incontrare la Carica dei 101, che non si limita a calpestarti: ti sbrana direttamente.
E ti accorgi che non erano teneri cuccioli.
In sostanza sto scrivendo dalla palude Stigia (fangosa e piena di gente incazzata) dopo l'ennesima fregatura incassata con grandissima classe (e con un certo dolore).