Alle 7.20 esco.
C'è il sole e lo stupore mi coglie.
L'ora solare, eccola qual è!
Le 7.00 del mattino.
Ancora maggior stupore non incontrare traffico nel tratto che percorro in autobus (uscendo dalla mitica linea blu della metro) per raggiungere l'ufficio.
Perplessa - e abbastanza rincoglionita da farmi venire il dubbio - chiedo l'ora al barista mentre mi prepara il caffè.
Conferma: sono sintonizzata sull'ora della capitale.
La famosa ottobrata romana che volge al termine: una giornata magnifica. Piena di sole.
Il musetto si china sulla scrivania e ivi resta per alcune ore.
Pausa pranzo, sigaretta.
Gli occhioni tornano sul monitor e se ne staccano alle 18.00.
Uscita.
Porca miseria!
Stupore di nuovo: è buio!
Eccola la fregatura. Mi ricordavo che aveva delle controindicazioni.
No, non me ne ero accorta ieri: non uscivo di casa da venerdì.
Da quando ero uscita dall'ufficio.
Volevo far passare il raffreddore e mi sono impigrottita a casa.
Raggiungo la metropolitana alle 18.30.
Al solito passo una quarantina di minuti sottoterra.
Leggo fermate che mi ricordano la magnificenza della mia città: San Paolo, Piramide, Circo Massimo, Colosseo...
Quando le fermate prendono nomi molto meno magnificenti ci avviciniamo a casa mia.
Scendo dal vagone e salgo tre rampe di scale.
Esco dalla fermata.
Non vedo un cavolo! E' notte.
Arrivo a casa.
Mi lavo.
Mangio.
Leggo i post dei miei blogger preferiti.
Lascio qualche commento.
Decido di scrivere.
Mi trovo alla fine del post e mi accorgo che non ho niente da dire.
Ultimamente ripeto, in forma diversa, le stesse cose.
La stessa cosa.
Rileggo e rifletto un po'.
Passo tre ore della giornata per andare e tornare dall'ufficio.
Ivi ne trascorro altre nove (otto più una di pausa pranzo).
Dodici ore.
Sette ne dormo (più spesso sei, ma non conta ora).
Diciannove.
Un'ora per prepararmi quando mi alzo.
Venti.
Restano quattro ore.
Quelle che mi fanno rodere il culo.
Quelle in cui riesco a non fare nulla.
No, non solo quelle quattro ore.
Ho l'intero sabato e tutta la domenica.
Occorre non sottovalutare la straordinaria capacità che ho di chiudermi a casa.
Di non uscire.
Esco in quei giorni solo quando il week end lavoro.
Ricordate i vecchi dischi in vinile?
E i giradisci, quelli col braccino e la puntina.
Il disco si è rotto e si ripete sempre la stessa frase musicale.
Insopportabile.
Guai ad abituarcisi.
Ricordate...
All work and no play makes Jack a dull boy.
All work and no play makes Jack a dull boy.
All work and no play makes Jack a dull boy.
All work and no play makes Jack a dull boy.
Dico sempre che voglio rompere quel disco.
Non lo faccio mai.
Non sollevo neanche la puntina.
Mi sono abituata.
No, non è solo questo!
Ho paura.
Non so se più del silenzio o di sentire il resto della canzone.
Opterei per la seconda, conoscendomi.
Non perché tema le novità.
Ho paura che sul mio disco non sia inciso il resto della canzone.
Nota di Sol: Volevo scrivere il solito post di cronaca in cui non dicevo un cazzo, magari era noioso, innoquo ma non triste. Quello che ho scritto mi si è modificato tra le dita, tra i tasti di un Notebook. Resta così: un post con due volti, non opposti come sembra.
Non era facile ma io ci sono riuscita.
Dopo la dura battaglia con il virus intestinale ora mi trovo con uno splendido raffreddore.
E mentre John ci illumina sul destino della mezza stagione, io vivo escursioni termiche di vario genere tra autobus e metropolitane.
In tali mezzi pubblici, infatti, è possibile godere di tutti gli effetti di una sauna al costo di un euro (per una durata di 75 minuti che, a Roma, non sono mai sufficienti a raggiungere la meta - qualunque essa sia) o di trenta euro al mese e puoi prendere tutti quelli che vuoi.
Anche ininterrottammente, uno di seguito all'altro.
Anche non scendere mai e fare da capolinea a capolinea e tornare al primo capolinea.
Insieme alla sauna, l'offerta comprende odori, colori, suoni, immagini della più varia umanità (e questo non ha prezzo) ed ogni tipo di virus la medesima varia umanità conduca con sè.
Nel caso in cui schivassi virus e batteri - perché hai anticorpi con i controcoglioni (che, si ricorda, non sono gli iscritti ai club di Forza Italia) - uscendo dalla sauna... Intendevo dire, scendendo dal mezzo, potresti vivere un'escursione termica di quindici gradi e, magicamente, raffreddarti.
Tutto ciò mi ricorda una cosa, chissà se la rammenta anche a voi:
Basta che ti scappa uno starnuto, Etccì!
che diventa subito un amico, Etcciù!
qualche volta un naso raffreddato, Etccì!
vale quel tesoro che cerchi tu.
Anche il mio ufficio ne dispone!
Un piccolo spazio con una grossa finestra in cui è allocata la macchinetta del caffè e dove è permesso fumare.
Questi due semplici fattori fanno sì che alcuni individui vi pascolino per diverse ore nel corso della la giornata.
Sapendo di non generare stupore nemmeno questa volta (data la mia estrema prevedibilità) è quasi superfluo precisare come non sia il mio caso.
Mi ci trovo una o, al massimo, due volte al giorno.
Soprattutto per fumare un paio di sigarette.
Non molto per il caffè.
Ancor meno per le chiacchere.
In tutta onestà confesso che parlo (nel senso reale del termine) solamente con una persona che lavora con me.
Con gli altri ho un rapporto cordiale e un ridotto scambio verbale.
Tendo ad ascoltare.
Credo di essere una discreta ascoltatrice.
Oggi, fumando una sigaretta (nell'unica pausa fatta, quella per il pranzo) mi sono trovata a parlare con uno di quelli che chiamano "commerciali".
Nonostante l'appartenenza a tale categoria, occorre riconoscere come sia uno dei pochi con cui è possibile scambiare due chiacchere sensate.
Del più, del meno.
Nulla di particolarmente impegnativo.
Ma, tra le varie proposizioni a un certo punto un fulmine squarcia il sereno:
"Certo... Dovresti curare di più la vita personale"
La frase, caduta nel vuoto nell'ambito della conversazione, ha fatto addensare grigie nubi nella mia già poco spaziosa scatola cranica.
Ma cosa cazzo ne saprà questo della mia vita personale?
Non può saperne nulla, tantomeno può averne parlato con qualcuno qua dentro.
Nessuno sa praticamente niente di me.
La maggior parte nemmeno si è accorta che la scorsa settimana non c'ero.
Ma un pacco di affari propri?
Troppo tardi: il danno è fatto.
Il tarlo si è insinuato...
E' allora così drammaticamente evidente che la sera quando esco da quel posto sono talmente stanca da avere grosse difficoltà a curare le relazioni interpersonali?
Se fosse così sarebbe tragico.
Preferisco pensare che lo abbia associato al fatto che, abitando piuttosto lontana dal posto di lavoro, abbia fatto riferimento alle ore che impiego solo per gli spostamenti.
Ore "perse" che riducono il tempo per me...
Pia illusione?
Confermo.
Barra che scorre.
Loading...
Sto caricando.
Cosa sto caricando?
Sono tornata al lavoro ma devo riprendere il ritmo: le dodici ore fuori casa mi hanno sderenato.
Alle 6.30 di questa mattina è suonata la sveglia.
Il mal di testa mi ha fatto notare che se non prendevo subito qualcosa non mi sarei alzata.
Ho preso qualcosa che mi ha fatto stare col mal di stomaco fino alle 10.
Nel mentre ho ingurgitato: un multivitaminico, due pasticche per la tiroide e una fiala di fermenti batterico intestinali vivi.
Pranzato con quattro, dico ben quattro fette biscottate integrali.
Pomeriggio alla moviola nel corso del quale deglutisco di nuovo la farmacia portatile.
Tornata a casa sbrano 300 grammi di vitella cotti alla piastra con due fette di pane (integrale, certo!).
Decido di vedere un film ma, come nella migliore delle tradizioni, trascorro tre ore tra posta elettronica, blog e varie.
Penso a cosa devo fare domani.
Ma dove cazzo è finito oggi?
Mi ha fregato un'altra volta: è passato!
Loading...
Non posso ancora usare il telecomando, non posso spingere Play.
Vorrei solo che sullo schermo non apparisse la scritta No disk.
In quel caso il fatto che il disco non ci sia o che non sia compatibile è indifferente.
Voglio il menu: voglio scegliere!
Martedì h.22.00: Il virus attacca, mi espugna e vince la battaglia.
Mi ha steso torcendo e vuotando ogni singolo organo si trovasse tra l'esofago e l'intestino.
L'attacco è perdurato incessantemente fino alle h.6.00.
Mercoledì h.7.00 la temperatura è di 37,3°
H. 9.30: la temperatura è salita a 38,6°.
H.13.00 un missile di Tachipirina si spara nel vuoto.
h. 16.00 temperatura a 38.5°
Secondo attacco di Tachipirina assesta la temperatura a circa 38°.
La giornata alterna il sonno alla veglia, impossibile essere più precisi su quanto accade dopo.
Ho avuto una serie di allucinazioni:
1. un annuncio di matrimonio che, oggi, giurano di non avermi mai fatto;
2. mia madre che il giorno dopo ha sostenuto che gli avessi chiesto cinque litri di brodo di pollo (in bottiglie da un litro),
3. un'amica che mi veniva a trovare (ed era a Milano).
Giovedì mattina credevo di essere il mostro di Lockness.
E non mi ero ancora vista allo specchio (se lo avessi fatto avrei creduto solo direttamente che il demone di Maga Magò si fosse impossessato di me), ma per il lago di sudore nel quale versavo al risveglio.
Alla misurazione della temperatura il termometro segna 35.3°.
Possibili spiegazioni: si è rotto lo strumento, l'ho messo male, l'ascella è troppo sudata, sono morta.
Tutto il giorno e un'ora col medico per capire che è possibile avere meno di 36°.
Soprattutto se, quando ti misurano la pressione, la minima è sotto i 50.
Decido di passare il tempo guardando la trilogia di Matrix.
Tutta di fila.
Venerdì (oggi) mi sono proprio scoglionata.
Mi aggiro tra i 35,8° e i 36,3°.
Nel frigo ho due bottiglie di brodo di pollo.
In crisi da coccole mi sparo due film di animazione.
Ho mal di testa, mal di ossa e sento i miei organi interni che cercano pace.
Mi sento una bestia in gabbia.
Contemporaneamente mi rendo conto di non riuscire a resistere a lungo in piedi.
Decido di trasformarmi in Rambo femmina (dire Ramba fa troppo pornostar per quelli della mia generazione).
Armata di bazooka all'Enterogermina mi accingo a ripristinare la flora batterica intestinale sterminata dai paravirus d'assalto.
Con granate al Supradin nutro quei quattro muscoli che, già atrofizzati dal lavoro di scrivania, rischiavano il decubito.
Con il Kalashnikov caricato a Creatina non ho capito bene che ci devo fare ma, non si sa mai può sempre servire, sparo un colpo al giorno.
Non aspetterò di vedere il bianco degli occhi di quello stronzo di paravirus prima di colpire.
Elaboro, rifletto, penso.
Prendo una decisione.
Difficile come ogni scelta.
Dolorosa come tutte quelle cose per le quali, in realtà, da decidere ho ben poco.
Sono semplici prese di coscienza di qualcosa che non posso cambiare.
Siccome non posso cambiarlo lo devo accettare.
E, nonostante, possa sembrare più logico e razionale ammettere di accettare (o rifiutare) una situazione immutabile, contorti motivi psichici mi fanno preferire pensare che si tratti di una decisione.
Magari pure maturata, ponderata.
Di una scelta.
Lo so che non lo è.
Quindi faccio anche una fatica mortale a convincermi che lo sia.
Fatica dovuta a quella parte di me consapevole che non devo convincermi di niente.
Fatica per decidere di fare quello che non vuoi.
E' talmente lineare che spiegarlo lo fa diventare complesso.
Un esempio?
E' come se avessi deciso di dire "Basta" e, aprendo la bocca, al momento di manifestare la tanto sofferta scelta, dicessi "Ancora".
Rileggendo il post mi sono resa conto che è talmente introspettivo (o è talmente una cazzata) da risultare quasi incomprensibile.
Ma siccome mi è venuto di getto e dal momento che questo è il MIO blog non avete potere decisionale e, di conseguenza, resta!
Ogni mattina nei miei epici viaggi in metropolitana mi infilo gli auricolari e ascolto il lettore mp3.
Nei tratti scoperti e nel corso di quelli in autobus a farmi compagnia è la radio.
Notoriamente le emittenti radiofoniche trasmettono canzoni.
Particolarmente conosciuto è il fenomeno secondo il quale la radio ha la capacità di intercettare i tuoi pensieri e rimandarteli indietro sotto forma di musica.
E mette una canzone.
E ti convinci di avere un potere divinatorio, di essere unto e impanato da qualche essere supremo per cui chi mette i dischi in quel buco di stazione radio sa a cosa stai pensando.
Ovviamente quel pezzo passerà a rotazione ogni ora.
Ma chissenefrega.
Adesso sono sintonizzata io e questo pezzo è mio.
E' una di quelle canzoni di cui non ho mai ascoltato il testo, a cui non ho mai prestato attenzione.
Forse perché non amo particolarmente il cantante.
Forse perché non mi piace proprio.
Ma stavolta sento una frase.
Dotata di una propria volontà subdolamente si infila nell'orecchio e raggiunge la scatola cranica.
Non accontentandosi comincia a risuonare e ripetersi.
Si comporta come la pallina magica.
Ve la ricordate? Tutta colorata.
La schiantavi a terra e rimbalzava sul soffitto.
Se mancava il lampadario colpiva un quadro.
Insomma, danni ne faceva sempre.
Già, una frase come la palla magica.
Rimbalzando tra l'osso occipitale e le tempie incontra nel suo percorso anche qualche neurone.
Non indagando se lo frantumi semplicemente o lo faccia tamponare con un altro neurone sta di fatto che mette in moto un pensiero.
A questo punto ha vinto.
Mi costringe a pormi l'annoso quesito.
Qual è la prima cosa che penso al mattino aprendo gli occhi?
E qual è l'ultima, quella che mi accompagna tra le braccia di Morfeo?
Nel mio caso il primo e l'ultimo pensiero coincidono.
Come nella canzone.
Comincio a preoccuparmi sul serio.
Cerco la manopola per cambiare canale nella scatola cranica.
Se qualcuno sa dove si trova è pregato di comunicarmelo.
Se, per voi, il primo e l'ultimo pensiero della giornata coincidono ditemelo.
Potrei tranquillizzarmi.
O, comunque, rassegnarmi definitivamente.
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